domenica 8 maggio 2016

CRISTINA VICHI – DESTINI INGANNATI

Cover


Titolo: Destini Ingannati
Autore: Cristina Vichi
Editore: Selfpublishing su Amazon
Genere: Romanzo fiabesco
Data di pubblicazione: 15/11/2015
Pagine: 210
Trama:
Oscar e Ariel hanno nove anni, sono gemelli, ma non lo sanno.
Il loro destino era quello di stare insieme, ma qualcuno ha tramato nell’ombra affinché questo non avvenisse.
Oscar è di famiglia nobile, Ariel di famiglia povera, entrambi vivono con uno dei loro genitori, che sono all’oscuro di tutto.
I loro genitori sono Edoardo e Miriam. Dieci anni prima il loro amore sembrava invincibile, in grado di sfidare l’intera nobiltà, eppure lui, all’improvviso, l’ha abbandonata per sposare una donna del suo stesso rango.
Chi ha cospirato contro di loro ha molto da nascondere ed è disposto a tutto pur di tenere celati i propri segreti.
Ma per quanto tempo il destino può essere ingannato?
Le azioni di chi vuole impedire a tutti i costi che la verità venga svelata saranno proprio le cause che porteranno ad essa: ecco la vendetta del destino.
I sentimenti e le emozioni affolleranno i cuori, i legami ritrovati saranno inscindibili, ma scoperte inquietanti e pericolose metteranno nuovamente tutto a rischio.
Come reagiranno Miriam ed Edoardo incontrandosi nuovamente dopo dieci anni?
Come potrà, Miriam, resistere al fascino di Jacopo, uomo misterioso arrivato sul suo cammino con il preciso compito di impedirle di conoscere la verità?
Ma soprattutto, quanto dovranno pagare care le colpe dei loro genitori?
*** 3°classificato al Concorso Letterario “Quel libro nel cassetto”(III edizione 2015) ***

RITAGLI DI PAGINE:
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Introduzione
13.05.1796
«Forza Miriam, ancora una spinta!», l’incitò l’ostetrica.
Il suo viso era preoccupato, come se non sapesse più cosa fare.
Un urlo straziante riecheggiò nella stanza.
«Ecco brava, ci siamo quasi…», provò a incoraggiarla, ma non era convinta.
Miriam fece un profondo respiro. Era come se qualcuno le stesse squarciando il ventre.
Un’altra terribile fitta le percosse la pancia.
La donna urlò nuovamente e si aggrappò alle lenzuola del letto.
Piangeva, ma la forza che sentiva nel corpo era indescrivibile: non si era mai sentita tanto potente e fragile nello stesso momento.
Finalmente il pianto di un bambino ruppe la tensione che si era creata nella stanza.
Miriam sospirò sollevata. Era proprio la voce del suo bambino.
L’ostetrica lo prese, era piuttosto impacciata nei movimenti, come se non sapesse gestire la situazione.
La giovane donna allungò subito le braccia per prendere il figlio.
Quell’ostetrica non le ispirava fiducia.
Sua madre Gertrude si era ostinata affinché fosse lei ad assistere il parto, ma Miriam avrebbe preferito la loro vicina.
Gertrude aveva insistito, le aveva detto che era la migliore ostetrica della zona, la più ricercata, eppure, con lei, non si era mai sentita a suo agio. La sua stessa presenza le suscitava una strana sensazione, le incuteva un brutto presentimento.
Miriam scacciò quei pensieri, ormai aveva partorito. Ora desiderava solo abbracciare il suo bambino, il dolore apparteneva già al passato e si sentiva piena di ottimismo per il futuro.
«È un maschio!», esultò l’ostetrica guardando Gertrude nell’angolo della camera.
La madre di Miriam, a quella notizia, non si scompose.
Era una signora minuta di circa cinquant’anni, con lunghi capelli lisci che si stavano ingrigendo e occhi di un azzurro spento. Aveva assistito al parto della figlia in silenzio, in disparte, assorta da tanti pensieri, senza manifestare alcuna emotività.
«Datemi il bambino!», Miriam si sporse in avanti per prenderlo.
«Dovete riposare ora», rispose l’ostetrica incerta.
Miriam la fulminò con lo sguardo:
«Datemi mio figlio!», ordinò minacciosa.
L’ostetrica si avvicinò al letto lentamente, come se fosse indecisa sul da farsi, infine guardò verso la donna, che annuì.
«Ecco…», disse porgendoglielo, «…ma solo un momento, devo andare a lavarlo!», affermò continuando a guardare la donna all’angolo.
Miriam prese suo figlio fra le braccia e lo appoggiò al petto.
Il piccolo smise di piangere istantaneamente.
«Ciao piccolo amore mio…», lo salutò Miriam con gli occhi colmi di emozione.
Il bambino la fissò intensamente per un istante, mosse le labbra e infine chiuse gli occhi. Era paciosamente sereno: appoggiato al petto della madre poteva sentire il battito rassicurante del suo cuore ed era tutto ciò di cui aveva bisogno.
Miriam guardò il suo viso. Era un bambino paffuto con le gote rosee e soffici capelli dorati. Ora aveva gli occhi socchiusi, ma nell’istante in cui l’aveva fissata le erano sembrati azzurri, proprio come quelli del padre.
In quel momento il ricordo di Edoardo si fece più forte che mai, avrebbe tanto voluto averlo vicino, per condividere con lui ciò che provava.
La donna si concentrò sul bambino, non doveva pensare al passato, Edoardo non faceva più parte della sua vita.
All’improvviso una fitta terribile e inaspettata fece contorcere Miriam, che urlò spaventata.
Il bambino sentì la paura della madre che si era completamente irrigidita e scoppiò in un pianto disperato.
La giovane donna era combattuta tra il dolore, che le imponeva di pensare a se stessa, e il desiderio di non separarsi dal bambino.
In pochi istanti il dolore diventò insopportabile e, suo malgrado, fu costretta a porgere il figlio all’ostetrica, che fu ben lieta di riprenderlo.
«Che hai Miriam?», la donna nell’angolo, che fino a quel momento era rimasta in disparte, si avvicinò al letto.
«Ho dolore…», rispose con gli occhi sbarrati. «Ho lo stesso dolore di prima!», esclamò spaventata.
Miriam si toccò il ventre. Era ancora duro e sorprendentemente teso.
«È solo suggestione…», minimizzò l’ostetrica, che aveva finalmente ripreso il bambino. «Dovete soltanto riposare», aggiunse fredda.
Detto questo avvolse il neonato in una coperta e se ne andò velocemente nell’altra stanza con il pargolo che piangeva inconsolabile, seguita da Gertrude.
Miriam, rimasta sola, ricominciò a sudare.
Si toccò nuovamente la pancia e percepì un movimento.
Una nuova consapevolezza attraversò la sua mente.
«C’è un altro bambino!», intuì sbalordita.
«Madre!», urlò. Voleva chiamare anche l’ostetrica, ma si accorse che non ne conosceva neppure il nome.
Dall’altra stanza non ci fu nessuna risposta e le grida del suo bambino diventavano sempre più lontane.
Era notte e la donna non capiva perché sua madre e l’ostetrica fossero uscite di casa a quell’ora con il bambino appena nato.
Quel pensiero le trasmise preoccupazione e si sentì invadere da una terribile sensazione.
Miriam sospirò, doveva tenere il panico il più lontano possibile dalla sua mente.
Si toccò il ventre e, pensando alla vita che era dentro di lei, si fece avvolgere da tutto il coraggio che aveva nel cuore.
Con fiducia, si preparò ad affrontare quella difficile situazione da sola.
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1. Ariel
28.08.1805
Erano gli ultimi giorni di agosto, l’estate stava sciamando nella fase finale, ma era ancora particolarmente caldo.
A quell’ora il sole era alto nel cielo e illuminava i vasti campi, facendoli brillare.
La vallata era attraversata da un lungo fiume, che irrigava i campi, dando sostentamento al villaggio vicino.
Il ruscello scendeva dolcemente per la vallata e continuava il suo percorso attraverso un bosco, che da rado, s’infittiva gradatamente oltre il villaggio.
Erano le terre di Sebenfar, antica e rinomata dimora dei conti Amadòr, il cui castello si ergeva, in posizione panoramica, sulla collina oltre il villaggio.
Miriam si spostò un ciuffo di capelli dal viso e guardò lungo il corso del ruscello.
Doveva lavare tutti i panni e rientrare a casa per l’ora di pranzo, ma i suoi pensieri erano altrove.
Aveva ventisette anni, ricci capelli rossi le scendevano ribelli lungo le spalle e il viso era coperto di lentiggini. Gli occhi erano di color verde chiaro, con sfumature dorate, circondati da lunghe ciglia bionde. La sua carnagione bianca e delicata le rendeva insopportabile l’esposizione al sole, per cui portava sempre un fazzoletto rosso sulla testa, che si legava sotto i capelli.
«Miriam!», una voce lontana la sorprese alle spalle.
Un ragazzo stava correndo verso di lei.
Era un giovane di trentadue anni. I suoi capelli, di un biondo molto scuro, quasi castani, erano lisci e gli arrivavano alle orecchie, mentre la barba era dorata. I suoi occhi azzurri brillavano sotto i riflessi del sole.
Il ragazzo correva, ma la sua andatura non era molto veloce, era un po’ robusto e si stancava facilmente nel fare attività fisica.
Miriam si destò dai suoi pensieri e andò incontro al giovane, lei aveva una corsa notevolmente più veloce.
«Mattia! Che è successo?», gli chiese non appena gli fu vicino.
«Devo parlarti… ma devi promettere di stare calma…», affermò ansimando, non staccò gli occhi dai suoi.
«Mattia…», esordì Miriam seccata, «… come faccio a conoscere la reazione che avrò se non mi dici di cosa si tratta?», scosse il capo, ma non abbassò gli occhi.
Lui sospirò. Da sua sorella una risposta del genere doveva aspettarsela, difficilmente accettava consigli, aveva un modo tutto suo di vedere la realtà. Decise di non fare troppi giri di parole:
«Sta per tornare il conte Edoardo… con la sua famiglia…», raccontò, senza perdere di vista lo sguardo della ragazza.
«Con la sua famiglia?», chiese Miriam mordendosi il labbro inferiore.
«Come sai si è sposato con sua cugina, la contessa Ludovica e… hanno un figlio…», Mattia pronunciò quelle parole lentamente, sperando di renderle il meno dolorose possibile, poi continuò:
«È morta la contessa Elisabetta, sua madre, è questo il motivo che l’ha spinto a tornare», spiegò.
Miriam fece un profondo respiro:
«Non m’importa più nulla di quell’uomo», affermò decisa ma questa volta non sostenne lo sguardo del fratello e si girò, tornando a rapidi passi verso il ruscello.
Mattia la seguì:
«La mamma è preoccupata! Teme che tu gli dica che hai avuto una figlia da lui!», le disse rincorrendola.
Miriam si voltò di scatto:
«Due figli, Mattia, due figli!», precisò alzando il tono della voce.
«Sorella mia…», Mattia le afferrò un braccio e la guardò dritto negli occhi:
«So quanto hai sofferto per la perdita del tuo bambino… ma hai Ariel. Lei è una bambina stupenda… È così intelligente e piena di vita, ti assomiglia tanto!», la consolò.
«Era sano… io l’ho visto!», gli occhi di Miriam si riempirono di lacrime.
Mattia la abbracciò.
La ragazza sbatté il pugno sul suo petto e si sforzò di rimandare indietro le lacrime.
«Quell’ostetrica, Mattia, perché la mamma ha voluto un’ostetrica che venisse da fuori? Perché non ha voluto Lucy? È sempre stata lei l’ostetrica del villaggio!». Sperava sempre di trovare una risposta a quelle domande.
«L’ostetrica che ti ha assistita era la migliore della zona… nostra madre l’ha fatto per il tuo bene», rispose Mattia. Tante volte aveva risposto a quelle domande ma, agli occhi di Miriam, non era mai riuscito a essere convincente.
«Non la conoscevamo… non si è più fatta vedere… non ha neanche detto il suo nome… È sparita insieme a mio figlio! Nonostante tutti i miei sforzi per ritrovarla, nulla! È svanita!». A quei pensieri si sconvolgeva.
Mattia cercò di calmarla, guardandola dritto negli occhi:
«Nostra madre ha visto il bambino… Era morto Miriam… Non si poteva fare più nulla…». Non contava più le volte in cui le aveva raccontato questo fatto.
«Perché sono uscite appena ho partorito? E se era morto perché non mi hanno fatto vedere il suo corpicino?», insistette.
«Miriam, la mamma te l’avrà detto un milione di volte… Il bambino stava male, l’hanno portato fuori per prendere aria… La mamma non voleva sconvolgerti ancora di più mostrandoti il suo corpo senza vita… per questo l’ha abbandonato nel ruscello… non c’era più niente da fare… non è colpa di nessuno…», Mattia abbassò gli occhi dispiaciuto.
«Avevo il diritto di piangere sul corpo di mio figlio. Non è facendolo sparire che si allevia il dolore del mio cuore… Come ha potuto farmi questo la mamma?», domandò angosciata.
Mattia la fissò serio:
«Miriam non fai altro che rinfacciarglielo tutti i giorni… Ormai nostra madre è anziana, per quanto potrà ancora sopportare tutto questo?», chiese allarmato.
Lei sospirò:
«Mi dispiace Mattia, è che proprio non riesco a darmi pace…», confessò.
Il fratello la abbracciò nuovamente:
«Ce la farai, Miriam, col tempo ce la farai…», la rassicurò.
La ragazza scosse il capo:
«Sono trascorsi nove anni… Se in nove anni non sono riuscita a elaborare il lutto forse significa che c’è dell’altro… Forse c’è un’altra verità alla morte di mio figlio!», affermò con una luce di speranza negli occhi.
Mattia la guardò preoccupato:
«Se continui così finirai per impazzire!», le disse serio.
Miriam non lo ascoltò e continuò imperterrita a raccontare la sua ipotesi:
«Quell’ostetrica aveva del marcio e la mamma nasconde qualcosa, non può essere andata come dice lei! Non posso rinnegare la mia sensazione! Il mio bambino è vivo!», affermò mettendosi una mano sul petto, «Io lo sento!», dichiarò.
«Che cosa pensi di fare con il conte Edoardo?», domandò Mattia cambiando argomento, sapeva che quando sua sorella partiva con le sue considerazioni non c’era più nulla da fare.
Miriam alzò le spalle.
«Non gli ho detto che ero incinta dieci anni fa, perché ora dovrei dirgli che ha due figli, di cui uno è scomparso?», constatò. Poi continuò:
«Mi ha lasciata per sposare una donna del suo stesso rango, non mi amava abbastanza, le convenzioni sociali sono state più forti di noi e del nostro amore, non ha più senso che conosca la verità», affermò risoluta.
«Quella volta era stato uno scandalo», ricordò Mattia, «La vostra relazione era conosciuta da tutti… Temo che possa scoprire che Ariel sia sua figlia… se lo sapesse potrebbe volerla con sé…», affermò rammaricato.
«Non gli permetterò di portarmi via Ariel!», esclamò grintosa, poi continuò:
«Comunque, qualsiasi pettegolezzo dica la gente, non ci sono prove che Ariel sia sua figlia…», si asciugò l’occhio con il braccio. «… e poi…», aggiunse, «…a quale nobile con un erede maschio importerebbe di avere una figlia illegittima?», domandò alzando le spalle.
Mattia scosse il capo:
«Il conte Edoardo è una persona buona e con principi morali giusti», affermò.
«Forse lo era. Ora sono passati dieci anni e non dimenticarti che la sua è stata una scelta di convenienza politica. Non mi ha sposato per via della mia condizione sociale», dichiarò risentita.
In quel momento una vocetta squillante riecheggiò nella pianura, sollevando ogni discorso:
«Mamma!»
Una bambina di circa nove anni correva veloce verso il ruscello.
Aveva ricci capelli rossi e il viso coperto di lentiggini, proprio come la madre. Gli occhi, di un azzurro intenso, risaltavano moltissimo, donando al suo sguardo una forte intensità. Era vestita con un abito semplice, di colore rosso, aderente al suo esile corpicino e sulla testa portava un fazzoletto giallo.
La donna si lasciò andare a un sorriso incontrollato e corse incontro alla bambina.
Appena furono abbastanza vicine Miriam la sollevò da terra, ma, stremata dalla corsa, perse l’equilibrio e caddero entrambe sull’erba.
Cominciarono a ridere e si rotolarono sul prato, facendosi il solletico e continuando a divertirsi con gusto.
Quando furono sfinite si abbandonarono stese sull’erba.
«Questo sole è insopportabile!», affermò Miriam coprendosi il viso con la mano.
«Ci vorrebbe un bel bagno!», propose Ariel.
Miriam guardò il suo sguardo furbetto:
«Chi arriva ultima lava i panni!», dichiarò scattando in piedi.
La bambina, che conosceva bene la madre, era partita già prima che Miriam parlasse.
Ariel fu la prima a buttarsi in acqua, seguita a ruota da Miriam.
Mattia le guardò scuotendo il capo divertito.
«Non si capisce chi è la figlia e chi la madre!», urlò loro.
«Perché io e la mamma siamo uguali zio!», rispose Ariel schizzando Miriam.
«Ehi! Non vale!», Miriam le spruzzò a sua volta dell’acqua.
«Ora tornerete al villaggio di nuovo inzuppate d’acqua… Vi guarderanno tutti male…», Mattia scosse il capo falsamente contrariato.
«Diremo che siamo inciampate nel secchio dei panni e che siamo cadute sfortunatamente in acqua!», propose Ariel.
«Di nuovo?!», rise Mattia.
Ariel, nel mezzo del fiume e tutta gocciolante, si fermò un istante a riflettere:
«Beh, non è colpa nostra se il secchio dei panni continua a farci gli sgambetti!», alzò le spalle mostrando una delle sue faccette più buffe.
Miriam rise.
L’attenzione di Mattia si focalizzò sulla bacinella colma d’indumenti sporchi.
«Non dovevi lavare i panni, piuttosto?», chiese incrociando le braccia.
«Abbiamo lavato tutti i panni che avevamo addosso! Vedi?», esclamò Miriam uscendo dall’acqua.
«Certo!», confermò Ariel, «È una nuova idea di lavaggio, così non devi neanche stendere i panni, perché ti si asciugano direttamente addosso!», affermò entusiasta ponendosi in direzione del sole.
Mattia alzò gli occhi al cielo. Quando quelle due si mettevano insieme era finita, non si riusciva a tenerle testa. Scosse nuovamente il capo e alzò le braccia in segno di resa.
«Me ne vado…», dichiarò sconfitto, «…con voi due non si può ragionare…», constatò sorridendo.
Miriam e Ariel si scambiarono uno sguardo d’intesa e si sorrisero contente.
Tornando al villaggio Miriam non riuscì più a trovare distrazioni sufficienti a tenere lontani i pensieri.
Era stata davvero innamorata di Edoardo e aveva creduto che lo fosse anche lui.
L’ultima sera che l’aveva visto era andata a cercarlo proprio per svelargli che era incinta.
Era convinta che il loro amore potesse superare qualsiasi ostacolo, ma si sbagliava.
Proprio in quell’occasione Edoardo le aveva svelato che il suo amore per lei non era più forte delle convenzioni sociali e che sarebbe partito per sposare sua cugina, la contessa Ludovica Amadòr, come voleva suo padre, il conte Ambrosio Amadòr.
Miriam ricordò il dolore di quel momento, era come se il mondo le fosse crollato addosso in un istante, soffocandola sotto una valanga di problemi e preoccupazioni.
Come poteva svelare a un uomo che non la amava che aspettava un figlio da lui? Sarebbe stato solo un subdolo tentativo per tenerlo accanto a sé.
Per Miriam non c’erano condizioni all’amore e aveva lasciato Edoardo libero di decidere se stare con lei oppure no. Lui aveva scelto un’altra donna e lei, in quel preciso istante, aveva deciso di crescere il loro figlio da sola.
Eppure spesso, ripensando a quella serata, si chiedeva cosa sarebbe accaduto se avesse rivelato a Edoardo che stava per diventare padre.
Miriam scosse la testa. Non voleva un uomo che stesse con lei per senso del dovere: aveva fatto bene a non svelargli la verità, prima o poi anche il suo cuore lo avrebbe capito.
«Mamma, a che pensi?», chiese Ariel.
Miriam si sollevò dai suoi pensieri:
«A nulla, tesoro!», rispose guardando in lontananza.
«Non m’imbrogli…», Ariel cercò i suoi occhi, sua madre non era brava a mentire.
Lei sospirò. A volte l’intuito e l’intelligenza di sua figlia erano davvero seccanti.
«Non so cosa raccontare alla nonna giacché siamo tutte bagnate…», azzardò.
Ariel le afferrò la mano fermandola:
«Preferisco che tu mi dica la verità!», rispose risentita.
Miriam sospirò seccata:
«La verità è che non mi sento di parlarne con te, adesso», si concentrò per non perdere la pazienza.
«Già… ma un giorno dovrai pur parlarmi di mio padre… io sto aspettando da tanto!», incalzò la bambina.
La madre si spazientì.
«Non ti arrenderai mai, vero?», il suo tono diventò aspro.
La bambina si sentì ferita per quella risposta:
«Tu ti arrenderai a credere che mio fratello sia morto?», ribatté con la stessa asprezza.
Miriam rimase impietrita.
«Ariel, non è la stessa cosa…», cercò di giustificarsi.
«Sì che lo è! E tu dovresti sapere quanto sia difficile e mortificante non avere delle risposte!», sbottò.
La bambina non aspettò la risposta della madre, scappò via di corsa, senza voltarsi indietro.
«Ariel!», Miriam la chiamò invano.


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CONOSCIAMO L’AUTRICE:
Cristina Vichi nasce a Rimini nel 1985 e si diploma al liceo Psicopedagogico.
Come tante persone fantasiose ha sempre amato molto inventare storie, ma l’idea di concretizzare un romanzo si affaccia inaspettatamente quando ha tre figli, che sono per lei grande fonte di ispirazione.
La sua prima opera, “Celeste”, romanzo a sfondo fiabesco, è stata auto pubblicata su Amazon il 28/03/2015.
Dopo questa prima e importante esperienza segue “Destini Ingannati”, auto pubblicato su Amazon il 15/11/2015.
In prossima uscita:
“Celeste (La Forza di una Regina)”, sequel autoconclusivo di “Celeste”.
“Tander (Dentro di noi l’energia dei Fulmini)”.
CONTATTI AUTRICE:
Sabrina

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